A proposito di anticonformismo

Tutti i freelance fanno almeno due lavori: quello sul biglietto da visita e quello su se stessi. Io per esempio di giorno faccio il content strategist e di notte lavoro costantemente sulla mia insicurezza.

È il mio vero lavoro da imprenditore: contabilità, ricerca clienti, aggiornamento, importanti ma mai quanto il confronto continuo con il continuo oscillare tra conformismo e anticonformismo.

Quanto sono disposto a fare le cose diversamente dai miei colleghi? Meglio aspettare il primo passo dei migliori e conformarsi ad esso o fare di testa propria e rischiare di dire e fare stupidaggini? Quanto sono in grado di allontanarmi dalla maggioranza e fare di testa mia? Quanto voglio conformarmi e quanto invece posso distinguermi?

In questo ondivagare notturno (e pure diurno talvolta) un punto fermo c’è perché non mi farei nemmeno tutte queste domande se il conformismo fosse la mia condizione naturale: non lo è mai stato ma ho sempre vissuto l’anticonformismo come un tratto privato, dandomi la libertà di fare cosa diavolo mi pare solo quando si tratta di robe mie e lasciando la sfera professionale rigorosamente nelle mani del conformismo più allegramente nord coreano. Come se lavoro e conformismo dovessero andare a braccetto per definizione.

E invece nel freelancing il conformismo è un errore: non ti aiuta a distinguerti dai tanti con il tuo stesso titolo sul biglietto da visita e facilità l’oblio e un freelance dimenticato è un freelance morto.

Però è normale, soprattutto i primi tempi, cedere al conformismo. All’inizio non sai proprio come si fa il freelance e fai come i dipendenti, zitto e mosca. Poi capisci che freelancing e lavoro dipendente sono due mondi a se stanti ma continui a conformarti perché sotto sotto sei ancora poco maturo professionalmente ed è rassicurante fingersi Steve Jobs: ti conformi ai (presunti) migliori ma sempre di conformismo si tratta. Poi arriva il momento in cui l’esperienza ce l’hai ma il conformismo è ancora lì che ti tenta perché quando sei in proprio la comodità è un bene prezioso, molto raro e il conformismo è un modo come un altro per delegare, per non prendersi la responsabilità di decidere tu chi sei e chi vuoi essere.

Poi capisci: il tuo punto di vista professionale e il tuo modo di fare le cose sono unici e sono le uniche cose che ti distinguono da tutti gli altri e che vale la pena coltivare. E lì inizia il bello, ma è un lavoro lento, certosino, frammento dopo frammento, come fanno i restauratori che devono riportare un quadro alla sua brillantezza originale.

È un lavoro che non finisce mai ma vale la pena portarlo avanti, nonostante tutto e tutti: ogni volta che sono riuscito a riportare alla brillantezza originale un nuovo frammento, il mio lavoro ci ha guadagnato in limpidezza e in forza.

Quando si parla di conformismo la mia questione è l’eterogeneità delle passioni: mi piacciono tante cose, prima l’architettura poi l’arte primitiva poi la sociolinguistica poi l’urbanistica, poi Via col Vento e poi chissà cos’altro. Una cosa che proprio non mi viene bene è la micro specializzazione. Per anni ho vissuto questo tratto caratteriale come un difetto alla nascita, una specie di ermafroditismo multidimensionale da potare con la massima severità per riportarlo a una e una sola passione. Ora non lo faccio più.

Ricordo ancora quando lo realizzai chiaramente e lo urlai, come si usava allora, su Facebook. Dissi così: “È deciso: farò della mia irrimediabile e assoluta eterogeneità di passioni il mio unico tratto distintivo. Al diavolo le specializzazioni e il lavoro della vita. Non sarò una fabbrica ma una Main Street.” So 2010’s.

È successo allora e sta succedendo di nuovo in queste settimane attorno ad alcune questioni particolarmente scottanti per il lavoro che faccio: i social media, che uso sempre meno o comunque in modo molto diverso rispetto a qualche anno fa; l’algoritmo, che tutti vogliono cavalcare ed io invece voglio semplicemente ignorare; il mio blog, stritolato tra le buone pratiche del personal branding che mi strillano di dire una cosa sola e la voglia irrefrenabile di dirne tante, tutte, allegramente a casaccio.

Ancora una volta ho deciso. E il fatto che non lo dichiari su Facebook ma qui su un blog di quello che ormai hanno il sapore del vinile è già parte del messaggio (MCLuhan, non curarti di quelli che dicono che hai sbagliato tutto, hai ancora ragione tu).

Ad alcuni suonerò scandaloso, strambo, pretenzioso, wannabe. Non importa, va bene così. E come si diceva un tempo, ci vediamo su Facebook 😉

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